L'armadio della mamma
Nei pomeriggi d'inverno la luce entra dalla finestra alta, bianca attraverso le tendine sottili. Lo specchio mi offre ancora una volta la mia faccia, piccola, pallida, estranea. Sola.
Le sfumature del legno disegnano rombi concentrici di incredibile geometria. Posso perdermi in quelle linee come in un mandala infinito, e riemergerne come da un pozzo. Apro l'armadio a cercarvi calore. L'odore stesso è caldo: cipria, lana, polvere, profumo, corpo. Lo riconosco oscuramente dalle pieghe della memoria, conservato dalle cose, perduto ai miei sensi. Lascio scorrere la mano sulle stoffe. La gonna di tweed, mamma arrabbiata. Il cappotto di lana, mamma che sorride. E il vestito di cachemire grigio, l'ultimo, da tenere in serbo, sottile e morbidissimo, mamma che mi abbraccia. Ci affondo la faccia per immergermi completamente in quell'abbraccio solitario, ogni volta più debole, più lontano.
Come una ladra, apro la cerniera della borsa di pelle scura, coi ricami colorati: il portacipria col piumino pelle di mamma. Il borsellino di stoffa verde a fiori, vuoto. L'abbonamento dell'autobus fermo per sempre al novembre 1966, con la foto mamma triste. I guanti di pelle nera, carezza fredda. Gli occhiali nella custodia, farfalla morta che mi poso sul naso. Ma l'immagine è sfocata, incerta. Persa in uno spazio che non è più il mio.
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