Era il giugno del 1982, l’estate infinita dei diciott’anni. Le prime vacanze da soli, al mare, con gli amici. Due gruppi dello stesso liceo, sezione G e sezione D, divisi da reciproca antipatia, attrazione, rivalità e sopratutto curiosità, si ritrovarono, per purissimo caso, nello stesso campeggio. Nel gruppo D, solo ragazzi. Nel gruppo G, entrambi i sessi in parti pressochè uguali. Non che questo significhi poi in pratica assolutamente niente. La nostra sessualità, all’epoca, era ad un livello talmente embrionale che a malapena ne eravamo consci. Insieme alle tende e ai sacchi a pelo, viaggiavano con noi diversi orsacchiotti. Esistevano forse tra alcuni di noi velate attrazioni allo stadio prepubescente, ma tutto sommato le nostre teste erano ancora piene di compiti, professori, interrogazioni, e soprattutto dalla costante, incombente minaccia della “figuraccia”.
La mia tenda, una canadese di mio fratello provata una sola volta alle Cascine, si rivelò subito un fallimento. Con la mia proverbiale distrazione avevo infatti dimenticato a casa un paletto essenziale al montaggio. La tenda restò, per tutto il soggiorno, scomoda e fatiscente. Il mio sacco a pelo era un residuato militare gelido, che nelle guazze notturne si trasformava in una cella frigorifera. Oltre alla mia tenda ce n’erano, mi sembra, altre due, dove dormivano i ragazzi coi loro orsacchiotti, e – lusso inaudito – una roulotte, dove dormivano le ragazze. Il piano originario era che una delle ragazze dovesse a turno dividere la mia tenda con me, ma, data la scomodità, tutte accampavano scuse, e io dovetti quasi sempre dormire da sola, tormentata dagli scherzi infantili di vari zombie che venivano a farmi paura.
Immediatamente dopo l’arrivo, si profilò una figura dittatoriale. Uno dei ragazzi, certo F., oggi serio magistrato e già allora palloso, assunse per motivi imperscrutabili la leadership, trasformando immediatamente il tutto n un campo militare. Per motivi che oggi mi sono oscuri, ma che sicuramente erano legati alle nostre scarse disponibilità finanziarie, F. instaurò un clima di terrore, con un budget rigidissimo che prevedeva cibo “economico e nutriente”, di fatto spaghetti al pomodoro scotti, tonno e mele. La fame ci tormentava, ma nessuno osava ribellarsi. Ci salvarono da morte sicura alcuni pasti cucinati da vicini di roulotte impietositi.
Le giornate passavano tra castelli di sabbia, intrighi, fiacchi tentativi di spodestare il tiranno, occhieggiamenti e cauti avvicinamenti col gruppo della sezione D, conteggio e confronto delle punture di insetti, letture (io, chi altri) delle Rèveries di Rousseau. Nelle cocenti ore del primo pomeriggio la mia tenda si trasformava in un forno crematorio, dove tentavo di dormire per recuperare le ore della notte passate a sfuggire agli zombie. A questo si aggiungeva il terrore delle ripetute incursioni di mia zia di Grosseto, che ogni tanto veniva a controllare che “la bambina” mangiasse e stesse bene. Mi faceva chiamare dall’altoparlante del campeggio, e io dovevo presentarmi alla reception e mostrarmi lieta e ben nutrita nei momenti più inaspettati. Troppo orgogliosa per rivelarle la grama verità, fingevo sazietà e perdevo chili.
C’era poi una cosa che non capivo. Non capivo perchè gli addetti alla reception, specialmente gli uomini, mi guardassero sempre con certi sorrisini viscidi e allusivi. Non capivo perchè, una volta, uno di loro mi chiese ridacchiando: “Ma sei te la M.? Quella della tenda?” Solo al momento della partenza mi fu poi spiegato dai miei compagni che, al momento della registrazione, qualche spiritosone del gruppo aveva detto che il secondo posto nella mia tenda veniva usato ogni notte dai ragazzi a turno, e che insomma per me non faceva differenza…
Ricordo l’ultima sera, a Marina. Sul lungomare, una classe di Grosseto festeggiava la maturità. Quei ragazzi si rivelarono ben più svegli dei nostri compagni addormentati, e ci furono, oltre alle danze, alcuni tentativi di imbrocco più o meno riusciti e più o meno graditi. Al ritorno, a piedi lungo la litoranea, al lume delle stelle, mi ritrovai a progettare nei minimi particolari un viaggio in Danimarca con un tipo della sezione D. A volte penso a come sarebbe stata la mia vita se ci fossimo andati davvero.
Il giorno della partenza riuscii, con mezzi di fortuna, a trascinarmi fino a casa di mia zia a Grosseto, dove, l’ombra di me stessa, mi misi a letto con una gran febbre sicuramente causata dalle privazioni. Dormii per giorni. Mia zia chiamò il dottore perchè venisse a visitare “la bambina” malata, e ricordo ancora la sua faccia e le sue risate quando si accorse che la bambina ero io, una diciottenne abbronzata e con una linea che in seguito, con un’alimentazione normale, non ho mai più avuto.
16 commenti:
ti ho vista sai?
fuscello sorridente, a tratti imbronciato con le lentiggini sul naso (non ti chiedermi perche' ma ti immagino con le lentiggini) e il libro in mano.
se fossi stato uno dei tuoi compagni dubito fortemente che avrei portato l'orsacchiotto (ma chi frequentavi???) ma avrei goffamente cercato di sedurti parlandoti di filosofie orientali e mozart, cantandoti battisti e leggendoti (rapito) brani da "il nome della rosa".
te, ovviamente, mi avresti dato il due di picche a cui ero piuttosto abituato allora.
guardo quel ragazzino di allora con enorme tenerezza, la stessa che provo immaginando "la M" che arrossisce davanti agli sguardi lascivi degli adulti di turno.
un bacio lontano nel tempo.
Ma cara... mi hai davvero commosso, e il commento di henry non ha fatto che compensare l'idillio di una realtà soffusa e diluita, di quelle eteree che si vedono solo nei film e, molto piacevolmente, emergono talvolta nei veli della memoria che livellano qualsiasi sfregio o ruvidezza e fanno sembrare la vita addietro così bella e piacevole. Ma forse è davvero così... Come un sentiero nascosto che si dimentica tra i boschi e, percorso all'aurora, si ritrova molto tempo dopo e si contempla senza pregiudizio, senza raziocinio ma solo una materna e avvolgente benevolenza. Un bacio! ;)
@Henry: Sul due di picche dubiterei fortemente, se non fosse per il fatto innegabile che tu allora facevi la seconda media...
:D
Quando mi abbronzo mi vengono le lentiggini sul naso.
Un bacio vicino nel tempo.
@Michele: Scusa, ci siamo incrociati. Tu sei un poeta, sei riuscito a soffondere di sfumate atmosfere persino l'atmosfera da fratelli Vanzina o da Pupi Avati di quelle vacanze...
:)
È vero: materna e avvolgente benevolenza per quei bambini che eravamo.
mi e' sembrato di vedere u film!mi e' sembrato di vederti nella tenda zoppa del paletto essenziale e seduta su un tronco a leggere il tuo libro. ma anche allora scrivevi?anche allora viaggiavi cn la mente e sognavi passato e futuro? pensa che strano se avessi progettato un viaggio in Norvegia!e' sempre bellissimo leggere i tuoi pensieri, diciottenne abbronzata!
l'altra faccia di Picnic ad Hanging Rock...
@Roberta: Ovviamente scrivevo, avevo con me il mio diario, ben nascosto sotto il materassino...
@Mucca: "A volte ritornano"... in pineta...
;)
A dirla tutta, c'era già qualcuno con le idee chiare. Ricordo le chiacchierate notturne con MT che parlava di statuette itifalliche e diceva che nella vita avrebbe voluto provare tutte le esperienze (e a quel che so forse non tutte tutte ma parecchie ne ha provate).
@Lophelia: Dev'essere stato dopo che aveva concluso il giretto notturno da zombie.
Questa scioccante ma significativa rivelazione può voler dire due cose:
1) Che, ancora una volta, ero nella tenda sbagliata.
2) Che, ancora una volta, vivevo "nel mio mondo fatato per sognar", per dirla con le fiabe sonore...
:D
risposta:
3)le chiacchierate erano fuori dalla tenda!
:D
@Lophelia: Ma dove??
Ma che facevo, io??
Leggevo Rousseau...
Ecco perche' poi ti scrive la Endemol!
Magari adesso avevi alcuni figli danesi... :)
@Fabio: Ma pensa, credevo fosse spam!!!
@Morgan: E invece ne ho una mezza norvegese...
:)
bellissimo
che bello c'ero anche io grazie al tuo racconto e poi mi hai ricordato un'altra 18enne, un'altra estate
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