
Penso talvolta che verrà l'ora destinata a riconciliarci coi morti, quando il destino incomincia a palesarci la sua eguale faccia, e la vanità del nostro dialogo affannoso. I chiari cieli di novembre, certe giornate che l'inverno non si decide a venire, e il tempo è come sospeso a una sorta di dubitosa eternità, sembrano veramente anticipare la giusta luce, senza brividi, che gli antichi diffondevano sui campi leggeri dell'Eliso. Finalmente pacificati, discorriamo tra le tombe, e la voce dei morti, ritornata limpida e familiare, ci riconduce a un'infanzia senza lacrime. È l'ora della dimenticanza, l'ora in cui, fattasi inutile ogni giustificazione, finalmente ci si rivela la nostra naturale fraternità coi sepolti, e finalmente di riaccoglie, assommando in un sospiro, la segreta insofferenza d'esistere sottesa al nostro gioco mortale. Come un motivo di musica lontanamente ascoltata, avvolgendolo nelle sue pieghe di una melodiosa desolazione, immobilmente atteggia, e rende quasi beato, il nostro dolore.
Sergio Solmi, da "Meditazioni sullo scorpione"
martedì, novembre 01, 2005
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