Istanbul (1) - Hamam
Non è stato difficile trovarlo, in una viuzza in discesa dietro il Liceo Galatasaray, un cartello giallo un po' malandato, l'entrata principale per gli uomini. Un vecchietto sdentato ci indica quella per le donne. Qualche scalino, una porta a vetri colorati. Un altro mondo.
Un grande ingresso. Da un lato, una fila di cabine simili a scompartimenti ferroviari degli anni trenta, con pareti a vetrata. In un angolo, un bancone da albergo di fine secolo, ritagli di giornali ingialliti alle pareti, vecchie reclame. Una pendola antica ci ricorda che il tempo è ancora quello nostro, ma sembra battere più lentamente. Subito accorrono da una stanza sul retro tre o quattro donne di età indefinibile, i capelli raccolti sotto fazzoletti colorati, lunghi vestiti di cotone a fiori. L'unica cosa che sanno dire in inglese è "sixty lire". Paghiamo, e ci indicano uno degli scopartimenti ferroviari. Il viaggio inizia. Entriamo, e loro si siedono tranqullamente a guardarci da fuori. È ovvio che dobbiamo spogliarci. Ci prende un riso irresistibile, da ragazzine. Sul sedile dello scompartimento troviamo due teli di cotone a striscie, sotto il sedile due paia di zoccoli di legno intagliato. Ci spogliamo, e avvolte nei teli usciamo in precario equilibrio sugli zoccoli. Subito le donne si alzano e ci mostrano una porta, oltre un vestibolo. Entriamo. Ci tolgono i teli di dosso e richiudono la porta alle nostre spalle. Ci è passata la ridarella. Siamo nell'hamam.
Una grande sala rotonda, che prende luce da finestrelle quadrate sul soffitto a cupola. Al centro, un rialzo rotondo, a intarsi di marmo con motivi geometrici. Ai lati, tutto intorno, fontanelle d'acqua con piccole pile di marmo, colme fino all'orlo. Silenzio. Solo rumori d'acqua. Gocce. Vapore. Un vecchio termometro di legno indica quaranta gradi. Incerte sul da farsi, ci sediamo sulla pedana di marmo. È calda. Istintivamente ci stendiamo sulla superficie liscia, chiudiamo gli occhi ascoltando senza parlare le voci dell'acqua. Il tempo diventa lentamente un altro. Il calore mi rende morbida, diffusa. Non so più dove finisce il mio corpo e dove comincia il marmo caldo. Le parole hanno esaurito il loro scopo.
Aspettiamo, e non sappiamo cosa. Mi assopisco sudando. A risvegliarmi - dopo quanto? - è il rumore della porta che si apre. Entrano due delle donne. Indossano solo mutandoni bianchi. A cenni ci invitano a buttarci addosso l'acqua tiepida che colma le fontanelle, con delle bacinelle di latta lavorata a sbalzo.
Con la stessa bacinella gettano acqua sul marmo caldo, e ci fanno cenno di sdraiarci. Con una sorta di guanto di crine ci massaggiano il corpo vigorosamente, dalle estremità verso il centro. Chiudo gli occhi e ascolto le poche parole che si scambiano, una lingua liquida e sconosciuta. Poi prendono un panno bianco, che ripiegano intorno a un pezzo di sapone, e iniziano a lavarci. Coperte di una schiuma oleosa, scivoliamo come palle da biliardo sulla superficie di marmo. Il mondo è acqua, sapone, sapone, acqua, in un movimento ritmico al quale mi abbandono. Grandi secchiate d'acqua tiepida, poi il massaggio.
Di colpo una sola donna ha mille dita, che col sapere muto dei millenni cercano ogni muscolo, osso, tendine del mio corpo. A pancia in giù, e poi supina sul marmo diventato misteriosamente morbido come un piumone, perdo il senso del tempo. Entro in sintonia col movimento dei continenti, delle maree, delle doglie delle partorienti, del latte che spruzza dalle mammelle, del volo stagionale delle rondini, del ciclo del sangue e della luna, il perpetuum mobile che muove gli astri. Inerme come un neonato, mi affido totalmente ad una sconosciuta, non comunico che col mio corpo, non sento che con i sensi. La mia mente è rimasta chiusa a chiave nello scompartimento-guardaroba. Le venature del marmo sono le mie vene, l'acqua è il mio sangue, i miei capelli rigagnoli, la mia pelle è la terra assetata di pioggia e percorsa da brividi di calore.
E confusamente ricordo ricordi non più miei, e una figura riemerge dal riflesso dell'acqua, tremante e labile, e una goccia la infrange e la dissolve.
"Madame"-la voce mi risveglia. Dai cenni capisco che devo sedermi vicino a una delle fontanelle, mentre lei si siede dietro di me, su un gradino più in alto, e mi lava i capelli. Mi fa appoggiare la testa sui suoi grossi seni cadenti, un cuscino caldo, benevolo. Con una bacinella mi inonda d'acqua tiepida, e mi lascia stesa sul marmo, a cercare di trovare la forza per uscire da quel paradiso.
Avvolte in grandi asciugamani bianchi, sedute nell'ingresso su sedie di plastica, lasciamo che le donne ci asciughino i capelli pettinandoci piano. Indossano di nuovo i loro camicioni a fiori. Nella cabina riprendiamo i nostri vestiti, i nostri orologi, le nostre maschere. Usciamo a ritrovare il sole e il frastuono di Istikal Caddesi, la musica, i negozi.
Rientriamo nel tempo.
Ma nel profondo l'hamam non ci lascia. Il viaggio nei sensi ci ha rese diverse, esauste come in per un jet lag. Stesa sul letto dell'albergo ascolto l'eco dell'altro tempo, lo ritrovo, lo custodisco.
16 commenti:
....il tatto del tempo...lento
Non ci conosciamo ancora, ma ti leggo spesso.
E' come se fossi stata lì, insieme a te.
Grazie!
Fantastico. Sembra davvero fuori dal tempo. Mi è piaciuto tantissimo quando hai detto che ne custodisci il ricordo.
"Le parole hanno esaurito il loro scopo". E detto da una che ama il linguaggio come lo ami tu...
Grazie del viaggio.
Capisco come l'hamam di una fiaba persiana sia stato interpretato dagli junghiani come simbolo del Sé.
@Pib: Il tempo senza tempo che conduce a se stessi...ognuno è solo nella nebbia, eppure unito in un con-tatto ad altri sè.
@Simona: Grazie a te...mi fa piacere che tu mi legga. Ma sei la Simona amica di Puck?
@Rodo: più che ricordo direi che è un luogo dentro di me
@Lophelia: non ci crederai, ma persino io sono arrivata a capire che le parole hanno un limite...
Quale miglior simbolo del Sè dell'hamam? Perfetto direi...
l'ho letto e ho rivissuto.
il luogo era diverso (marocco invece della turchia) gli uomini al posto delle donne, ma le sensazioni le medesime.
un tempo liquido e caldo che ti avvolge e ti stordisce col profumo dei secondi che sanno di sapone.
Ho vissuto un'esperienza simile ed è proprio vero... è indimenticabile...
Mi convinco sempre di più che certe fughe provvisorie come queste non fanno per me.
Aspiro ormai solo alla fuga definitiva.
@Henry: Tempo liquido e caldo...appunto.
@Francesco: non si può dimenticare perchè era già in noi.
@Dottor k: "Dove vado evado"...mi collego a Lophelia. La Grande Fuga a cui aspiri è una fuga da te stesso o da altro?
leggo questo intenso e fluido racconto sulle note di Alta noite - di cui non vi saprei dare il link ma Marisa Monte l'ha interpretata in molti album - e sento la fluidezza percorrermi.
Non so se riuscirei a lasciarmi andare ed a fidarmi allo stesso modo però immagino quanto possa essere rigenerante.
@Claudia: Io in genere non sono una che si lascia molto andare. Ma per una volta sono riuscita a rinchiudere Mente...quando poi l'ho liberata era arrabbiatissima.
@Morgan: Non posso che consigliare anche a te la lettura di "Istanbul" di Orhan Pamuk, per risvegliare le emozioni. Ne risentirai parlare...
Ho letto il tuo post tutto di un fiato.
Se si provano solo la metà delle sensazioni che hai descritto, allora la Turchia ha il mio voto per entrare in Europa :-)
Una bellisssima tradizione, descritta magnificamente.
Ciao.
Ciao Frank, bentornato, e grazie!
Ho appena terminato di ascoltare una piacevole intervista di Orhan Pamuk.
Ho letto, poi, il tuo incantevole racconto... non è un caso, credo, la quasi concomitanza dei due eventi. ;-)
Non mi resta, a questo punto, che vedermi uno dei primi film di Ferzan Özpetek e il cerchio si chiude.
Bentornata Artemisia. :-)
Caro Tack, non è mai un caso. E il cerchio in realtà è una spirale, non si chiude mai.
Ben ritrovato!
:)
Mi ero dimenticata di controllare se ci fosse una tua risposta.
No, sono un'amica di Cape ... :)
Un abbraccio
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