capitolo 1
capitolo2
capitolo3
capitolo4
capitolo 5
capitolo 6
Clotilde aveva sedici anni quando fece il suo ingresso a palazzo Belmonte. Frutto della relazione peccaminosa tra una cortigiana francese e un nobile veneziano rimasto senza nome, ella era cresciuta alla Pietà, non uscendone che con le compagne e Don Antonio, per cantare in qualche chiesa vicina. Sin da piccola istruita sapientemente nelle arti musicali, ella aveva sviluppato in esse tal grazia e perizia da renderla maestra delle piccole, che l’amavano teneramente. Pierina della Viola e Angioletta del Liuto avranno pianto ben amare lacrime, nelle tiepide sere in camerata, guardando il letto vuoto della loro maestra.
La fama della bellezza di Clotilde aveva appena cominciato a spargersi oltre le spesse mura del convento, quando la rapace Violante, più rapida dei torpidi e garruli veneziani, pose le sue bianche mani su quel gioiello ancora ai più sconosciuto.
Con l’arrivo di Clotilde a palazzo, iniziò per Violante una nuova vita. Federigo non cessò mai di renderle omaggio in ardenti incontri in certe notti di luna e molle afa veneziana. Ma io, che meglio di ogni altro conoscevo quell’anima inquieta, notavo che ella, anche mentre voluttuosamente si abbandonava tra le sue braccia, pensava ad altro. Io ben mi avvedevo che i suoi torbidi desideri avevano ora un nuovo oggetto.
Una mattina d’estate, circa una settimana dopo l’arrivo di Clotilde, mentre passeggiavo nella quiete ancora umida di rugiada notturna del giardino di palazzo Belmonte, mi giunse un suono di risa argentine. Credetti, sulle prime, che Tonina, la cuoca, avesse di nuovo permesso alla figlia Giorgetta di giocare tra i fiori. Ma, sbirciando tra le siepi di bosso del labirinto, mi avvidi di Violante che, bendata di una sciarpa di seta rossa, inseguiva Clotilde, a braccia tese, mentre la fanciulla le girava intorno, sfiorandole per gioco le spalle, per poi ritirarsi ridendo. E anche Violante rideva, ansimante e giocosa, la vestaglia di pizzo bianco qua e là strappata dai roseti, scarmigliata, mentre Clotilde la incitava con la sua voce di cristallo: “Siora Violante, son qui, prendetemi!” Alfine Violante, strappatasi dagli occhi con gesto deciso la benda rossa, raggiunse ansimante Clotilde, cingendole la vita sottile, e la catturò come una farfalla nella rete. Risero entrambe, i volti accesi, e l’ansimo sollevava le carni bianche dei loro petti. Vidi le labbra di Violante indugiare tra le onde d’oro delle chiome di Clotilde, e la vidi chiudere gli occhi e aspirarne il profumo. Clotilde, presa dal gioco infantile, tentò di liberarsi dalla stretta di Violante, e volse il capo verso di lei. Vidi – e quasi mi si fermò il cuore – le loro bocche farsi vicine, vidi Clotilde improvvisamente arrestarsi, quasi impaurita, esitare. Vidi Violante lasciare la presa, e lentamente, con dita tremanti, percorrerle lievemente le labbra, le guance rosate, seguirne il collo, indugiare nelle fossette delle clavicole, seguire l’orlo della scollatura, con moto tenerissimo sfiorare i contorni della preda. Per un attimo temetti che le loro labbra si unissero. Ma Violante, visto lo sguardo smarrito di Clotilde, per non spaventarla si allontanò di un poco, ridendo forte, si voltò di colpo invitandola a continuare il gioco, facendosi, da cacciatrice, preda. La fanciulla, ancora smarrita, esitò un attimo a riprendere la corsa. E capii che, in quel preciso momento, la di lei verginale innocenza fu per sempre incrinata dal primo palpito di un desiderio oscuro e nuovo, tuttavia da lei incompreso e incomprensibile.
Da quel momento, la seduzione continuò sotto altre forme, in un ardente crescendo nel quale Violante fu cauta maestra e Clotilde tenera allieva, e il tormento delle mie notti si moltiplicò in immagini a me nuove e sconosciute, nel gioco di specchi d’argento della camera di Violante, in un palpito di riflessi vibranti alla luce delle candele.
E i miei occhi stanchi videro Clotilde farsi donna sotto le carezze esperte di Violante. Ma i miei occhi, accecati da tanta bellezza, mi resero un cattivo servigio: non videro infatti ciò che era più evidente di ogni altra cosa: che la Bellezza, come il fiore attira l’ape coi suoi radianti colori, richiama col suo splendore il desiderio di chiunque vi posi lo sguardo. E c’era uno sguardo, a palazzo Belmonte, che, forse per uno scherzo degli dei, ancora non si era posato su Clotilde. Era lo sguardo, ancora innocente, del mio figlioccio Alessio.
(continua)
4 commenti:
non posso che inchinarmi a tanta maestria...stavolta hai superato persino te stessa.
Nobili venezziani! ah! sempre con quel loro vezzo dei triangoli, dei quadrati e dei pentagoni! (scherzo)
Bello.
@Henry: sì, ma ora dovete darmi una mano...
Grazie!
@Hertz: le geometrie stanno diventando sempre meno euclidee!
E ora sono curiosa del seguito.
arrivo solo ora al nuovo capitolo della storia e non posso che inchinarmi!
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